Purpurri: uno stufato di carta
- purpurri
- 3 set 2020
- Tempo di lettura: 6 min
Aggiornamento: 2 gen 2023
"Ti piace prenderlo nel cuore? Continua te questa storia". Purpurri è uno stufato di carta che nasce tra creatività e pazienza per un nuovo racconto. Lo abbiamo intervistato di Giovanni Gerolin
Ci diamo appuntamento alle 18.45 su Skype. Già alle 18.41 fa sapere che è in orario e dopo le presentazioni chiede subito come lo abbiamo conosciuto. Fabio Schiano, l’anima dietro il progetto Purpurri, ci piace e gli riconosciamo la forza dell’abitudine di un Art Director e Graphic Designer. Come lui stesso racconta, ha infatti sviluppato una caratteristica molto importante nel suo lavoro: l’attenzione.
Classe ‘89, Fabio ha fatto emergere tutta la sua curiosità e passione per le immagini e le loro storie. Ma ama anche conoscere le dinamiche, nella professione come nella vita: tant’è che l’intervista è iniziata con una domanda, a noi.

Questa chiacchierata sarà un racconto. Sarà una camminata in punta di piedi, dietro le quinte, quasi per non disturbare lo spettacolo ora in scena. Questo, si chiama Purpurri ed è uno stufato di carta. È un progetto nato durante la quarantena da un’idea maturata nel tempo. Unendo ambizione, voglia di comunicare e la passione accumulata negli anni, a noi vengono restituiti collage di immagini e le rispettive nuove storie. Conosciamole insieme.
Rispondiamo alla tua domanda: ti abbiamo trovato curiosando, nel periodo subito dopo il lockdown.
È esattamente questa la chiave. Purpurri è nato anche da una ricerca dei propri spazi. Faccio un passo indietro, ora. Ho 31 anni ed esco da studi di grafica pubblicitaria, ma già a quindici andavo tutte le sere da un mio professore per apprendere il lavoro.
E lì ti sei appassionato.
Sì. Poi, in quel periodo facevo spesso una tratta di treno e avevo l’abitudine di prendere in mano le riviste sui sedili. Le sfogliavo e mi domandavo come fossero state realizzate quelle immagini. Insomma, quello che era un percorso sul treno, aggiungerei a posteriori, è stato un percorso che mi ha portato sin qui, alla nascita di Purpurri – uno stufato di carta, appunto.
Era un gusto di sfogliare, scoprire e vedere. Ma quindi, non necessariamente per la rivista in particolare.
Esatto. Ero ricordato da amici e compagni come quello che sfogliava le riviste, ed era il gusto della carta al tatto, a piacermi. È così che ho iniziato a pormi delle domande del tipo “da chi stampano” o “chi ha realizzato il servizio fotografico”, e così via.

Come scrivi nel tuo blog, non sono semplici immagini, ma nascondono tutte un mondo dietro. A 15 anni, avevi già questa consapevolezza o hai trovato dopo le spiegazioni?
All’inizio lo facevo in modo istintivo, poi, dopo vari stage con fotografi e agenzie di comunicazione, ho cominciato a mettere insieme i punti.
Per esempio, a fine delle superiori ho lavorato per un fotografo di Castelfiorentino, David Bastianoni – che ha realizzato il matrimonio dei Ferragnez. Con lui ho appreso l’attenzione per la luce e per i soggetti, e dopo questa formazione ho iniziato a lavorare come freelance durante gli studi universitari. In seguito, dopo tre anni, ho visto una posizione come grafico a Rebecca Gioielli e, infine, sono arrivato nell’agenzia di comunicazione dove lavoro tuttora, come Art Director.
E da qui nasce Purpurri. Quindi la doppia faccia della medaglia: la bellezza della crescita personale e la necessità di una valvola di sfogo, trovata in un tavolo ovale nel weekend. Com’è nato tutto?

Relazionandomi con diversi clienti ed essendo sempre alla ricerca di nuove idee, mi sono chiesto perché non fare qualcosa anche per me stesso. Del resto, mi sono detto, chi viene da questo lavoro, sa fare delle strategie, un sito, sponsorizzare ecc. Allora perché non utilizzare queste risorse per un progetto personale?
Poi, è anche una rivincita. È la dimostrazione che un progetto non nasce in tempo lampo – come spesso può credere il cliente ndr. E infatti, un progetto non pensato e senza storytelling, è negativo.
Nasce anche come rivalsa o, insomma, dimostrazione. E da qui forse anche l’articolo in cui racconti bene cosa sia la brand identity. Lo sfogo non è solo artistico, ma anche di conoscenza professionale e passione per il “primo lavoro” da Art Director.
È recente quest’idea di un progetto personale?
La ricerca di un qualcosa di proprio, no. Ancora quando lavoravo come grafico nell’azienda di gioielli, avevo pensato di fare una mia linea.
E Purpurri?
Nel periodo del lockdown, come dicevo prima, lavoravo da casa. Una mattina presto, verso le 7, sono uscito per prendere il giornale. Era Il Sole 24 Ore e sfogliandolo, ho visto delle strisce rosse.
Le famose strisce rosse che ritornano sempre nelle tue opere.
Nel gergo viene chiamato super-segno. Diventa un modo per essere riconoscibili per un segno, che poi è spesso anche quello che proponiamo ai clienti. Dopo aver visto queste strisce rosse, le ho ritagliate e appoggiate sul tavolo. Le ho lasciate lì per qualche giorno e nel frattempo sono ritornato a sfogliare le riviste, come facevo allora in treno. E da lì, potete immaginare, mi sono domandato perché non creare qualcosa con la carta e che potesse impegnarmi anche il fine settimana.
Ed ecco a noi Purpurri!
Che riprende infatti il concetto di stufato, in questo casa di carta. Senza accento e italianizzato, per differenziarlo, personalizzarlo. Per me, quei segni rossi erano un modo di comunicare. Inoltre, nei collage che realizzo è la singola persona che sceglie e trova il significato e il legame dietro.
È bello che venga data libertà. Offri la possibilità di aggiungere la propria storia a quella da te già ricreata. C’è una stratificazione del significato.
L’obiettivo è quello. Penso che l’interazione e la partecipazione abbiano la loro parte. In poco tempo le persone stanno interagendo e mi chiedono delle collaborazioni. Vedo che molti sono affascinati dal progetto e dal suo comunicare.
Anche se a volte le tue opere sono un po’ provocatorie.
Mi piace prenderlo nel cuore. Quest’opera, tra le ultime realizzate, ne è una conferma. È vero, è un modo per vedere come le persone reagiscono e interagiscono. È anche un feedback sul progetto stesso.

E la provocazione – in generale – piace.
È anche un gioco con la psicologia. Per esempio, prendi l’immagine del profilo: Non chiamarmi bambina. Quella che in realtà è una delle mie creazioni preferite, per molti è la ragazza dietro il progetto – anche per noi lo era. In realtà, nonostante nella biografia del sito usi il maschile, ognuno vede quello che vuole. Curioso, no?!
Mi diverte ricevere complimenti e, magari, ringraziando preciso anche di chiamarmi Fabio. Credo infatti ci sia anche una sorta di, passami il termine, femminismo.

Capiamo. Il gusto è femminile, nella visione collettiva.
E Instagram è per la maggior parte donna. Quindi l’errore è comprensibile. Però ecco, se prima era solo la mia immagine preferita, per queste ragioni ho scelto poi di tenerla.
Qualcosa di simile, ma al contrario, lo abbiamo sentito nell’intervista a La Malafede. In quel caso, in un mondo di tatuatori uomini, i suoi lavori che raffiguravano sole donne…
Avevano fatto pensare fosse un uomo. Infatti, è quello che vogliamo vedere, che vediamo.
A proposito, quello che vediamo nel tuo profilo Instagram, segue una regola?
No, non c’è una regola precisa. Seguo il flusso di idee.
Ci fai venire in mente un’intervista a Deejay Chiama Italia con Mika. Discutevano del “fare televisione” che svuota il serbatoio della creatività. Certi lavori fanno lo stesso. Come alimenti allora la tua fantasia?
Purpurri è semplicemente un’occasione per togliere gli occhi dallo schermo. Credo che avvenga personalizzando il proprio lavoro e creando la storia che si vuole raccontare. Giusta o sbagliata che sia, è poi la persona a interpretarla in base al periodo che sta vivendo. Come è accaduto con uno degli ultimi post sulla “moda libera da tutte le sostanze tossiche”.
In questo caso, stai dicendo sia un’azienda green o l’esatto contrario?
Questo è il punto, e nei commenti ci si è scaldati un attimo. È bastato scrivere sul filo per scatenare diverse reazioni.
E se ti chiedessimo cosa diventerà il progetto?
Nella mia zona c’è il distretto del tessile di Prato. Con molta calma vorrei poter realizzare un prodotto in collaborazione con delle aziende – a Prato si chiamano stracciaioli – di tessuti rigenerati. Vorrei creare una t-shirt con questi tessuti, mettere le strisce rosse e far creare alle persone le proprie opere-vestito. Il lavoro nel mondo dei gioielli mi ha permesso di scoprire l’importanza della personalizzazione.

Le immagini non sono dunque solo pezzi di carta. Purpurri, nato come valvola di sfogo e stimolo creativo, è in realtà un’occasione e un gioco per solleticare la capacità narrativa. E dopo questa intervista ci siamo ancora più convinti che, riprendendo da una stessa opera di Fabio, ci sia la necessità di salvare le idee fresche. Perché “Creare nuove immagini, è veramente una sensazione liberatoria e unica nel suo genere!”.
Pubblicato da ARTWAVE
Comments